Letture rozze: Sei pezzi facili di Richard P. Feynman

Già dai primi temi delle elementari e via via fino ai saggi del liceo gli insegnanti non hanno fatto altro che ricordarci quanto fosse importante inventarsi un buon titolo che potesse catturare subito l’attenzione del lettore. E avevano ragione. Sei pezzi facili. Ok, ma sei pezzi di cosa? E perché facili?

Richard Feynman, recita la sua pagina di wikipedia, «è stato un fisico statunitense, premio Nobel per la fisica nel 1965.» Io non ne avevo mai sentito parlare, in parte perché sono ignorante e in parte perché il mio ambito di studio non è la fisica (giustificazione pessima, ma vabbeh). Cinque anni passati in un liceo scientifico mi hanno però lasciato un certo odio per il latino ma soprattutto una certa curiosità per le scienze naturali; è stata questa curiosità unita al titolo intrigante a farmi cadere gli occhi su questo libro.

Sei pezzi facili (e la sua continuazione, Sei pezzi meno facili, di cui magari vi parlerò un’altra volta) è una piccola parte di un libro molto più grande che racchiude le lezioni di fisica che Feynman tenne nel 1961 e nel 1962 in una scuola californiana. Gli argomenti trattati in queste lezioni sono quelli che in un qualsiasi liceo scientifico vengono affrontati nel corso degli anni (anche se ovviamente un minimo più approfonditi): atomismo, fisica di base, energia, gravitazione e fisica quantistica. Che palle, direte voi. Eh no, dirò io!

eh no!

Eh no, dice Feynman!

Perché quello che SPACCA di questo libro è come Feynman tratta questi argomenti. Scordatevi il tono da professorino del liceo: quest’uomo unisce (anzi, univa) una grande capacità oratoria a un’onestà intellettuale e a una passione per il proprio lavoro che molti cosiddetti professori si sognano. Chissà che roba dev’essere stata poterlo ascoltare dal vivo. Ogni ragionamento logico, ogni deduzione, ogni osservazione trasuda letteralmente PASSIONE. Prima di lanciarsi in un excursus sulla storia della fisica Feynman paragona la natura ad una partita a scacchi e le nostre leggi a semplici tentativi di estrapolare le regole del gioco dalle mosse che osserviamo; è come se ci stesse dicendo «Hei, il lavoro di noi fisici è procedere a tentoni in un mondo che non conosciamo cercando di disegnarne la mappa: io lo so, sappiatelo anche voi.»
Quante persone sarebbero capaci di affermare una cosa del genere? Quante persone avrebbero paura di stare svilendo il proprio lavoro? Feynman di sicuro non è svilito: pare quasi di vederlo, là, fedora in testa e machete in mano, novello Indiana Jones, farsi strada nella giungla della fisica. L’ultimo capitolo poi è da mani nei capelli: come si comporta allora sto elettrone? È un’onda? È una particella? E che cosa rappresenta, insomma, il principio di indeterminazione di Heisenberg?

Nulla di nuovo, per carità: ricordate che sono lezioni degli anni ’60 rivolte a studenti al primo anno di università. Ciò che rende queste lezioni un piccolo gioiello sono, lo ripeto, il tono in cui sono espresse e la capacità di appassionare di un uomo che ama la natura e l’universo che si muove intorno a lui.

In breve: queste lezioni di Feynman sono una goduria per la mente, sia che siate interessati alla fisica sia che non lo siate; la passione che quest’uomo mette nel proprio lavoro sarebbe da tenere a mente e da mettere in pratica ogni volta che ci avviciniamo al nostro lavoro, qualunque esso sia.

Una citazione a caso:

«I poeti dicono che la scienza rovina la bellezza delle stelle, riducendole solo ad ammassi di atomi di gas. Solo? Anch’io mi commuovo a vedere le stelle di notte nel deserto, ma vedo di meno o di più? La vastità dei cieli sfida la mia immaginazione; attaccato a questa piccola giostra il mio occhio riesce a cogliere luce vecchia di un milione di anni. Vedo un grande schema, di cui sono parte, e forse la mia sostanza è stata eruttata da qualche stella dimenticata, come una, ora, sta esplodendo lassù. […] Qual è lo schema, quale il significato, il perché? Saperne qualcosa non distrugge il mistero, perché la realtà è tanto più meravigliosa di quanto potesse immaginare nessun artista del passato! Perché i poeti di oggi non ne parlano? Che uomini sono mai i poeti, che riescono a parlare di Giove pensandolo simile a un uomo, ma se è un’immensa sfera di metano e ammoniaca ammutoliscono?»

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