Letture rozze: The Shining di Stephen King

Quando ci si gode un’opera qualsiasi la mossa più canaglia che si possa fare, consapevolmente o no, è valutare la riuscita o meno dell’opera stessa in base al valore di un altro adattamento tratto dallo stesso soggetto. Anche se sembra solo che giusto (raccontano pur sempre la stessa storia, no?), in realtà è poco leale paragonare due opere che hanno sfruttato media, tempi, modi e mezzi diversi per venire al mondo. Insomma, non è certo colpa di Stephen King se quel genio assoluto che è Stanley Kubrick ha deciso di prendere un suo libro e di tirarci fuori uno dei film più belli di tutta la storia del cinema. In ultima analisi, non è certo colpa di Kubrick se invece Shining (il libro) risulta un’opera prolissa, diluita, annacquata e, dunque, ahimè, piuttosto noiosa. Dunque, per tutto il post cercherò di non fare paragoni tra il libro e il film. Promessa di boy scout.

La storia di Shining la conoscono più o meno tutti: Jack Torrance, un uomo ben oltre l’orlo del fallimento, coglie al volo l’opportunità per risollevarsi che un amico pietoso gli offre e accetta il lavoro di custode per l’inverno di un lussuosissimo albergo sperduto nelle montagne, l’Overlook Hotel, trasferendosi lì con moglie e figlio. Ma i fantasmi dell’hotel risveglieranno i fantasmi del suo passato remoto e recente e bla bla bla non ci vuole un genio per capire come andrà a finire, cioè MALE. Ed ecco il problema principale del libro: dato che come andrà a finire lo si nasa già più o meno a pagina cinque, il succo della storia avrebbe dovuto essere il lento ma inesorabile montare della tensione fino all’inevitabile scoppio finale. La parola chiave qui è montare della tensione, o anche solo tensione. Ecco, di tensione nel libro non c’è traccia. Non appena accade qualcosa che ti fa sudare un po’ freddo ecco che subito quel qualcosa viene diluito da pagine e pagine di parole parole parole che non fanno altro che rovinare il tutto. Intendiamoci, queste pagine e pagine in realtà il più delle volte sono tentativi di analisi psicologica dei personaggi; tentativi encomiabili, per carità, ma che il più delle volte si risolvono in una tiritera ripetitiva dei soliti due o tre topoi. E Jack sente il peso delle responsabilità, e Wendy è ossessionata dall’ombra di sua madre, e Jack ha voglia di bere, e Wendy ha paura che Jack faccia nuovamente del male a Danny… Non vi sto rovinando niente: tutto ciò ci viene raccontato nei primi capitoli e ripetuto allo sfinimento, con minime varianti, per tutto il resto del libro.

L’esempio più lampante di come in questo libro King abbia completamente dimenticato che se vuoi far paura non puoi cincischiare lo abbiamo verso la fine dell’opera con la linea narrativa del cuoco che pian piano arriva all’Overlook: capitoli e capitoli di lui che ha una premonizione, prende l’aereo, ha una premonizione, noleggia una macchina, ha una premonizione, prende un gatto delle nevi, ha una premonizione… Capitoli da saltare a piè pari perché non aggiungono NIENTE alla storia. E d’altronde nel film (argh, scusate) Kubrick trova l’uovo di Colombo: prima scena, il cuoco ha una premonizione sull’Overlook; seconda scena, il cuoco viaggia; terza scena, il cuoco arriva. Fine, stop. Tensione, King, tensione, perché nel frattempo all’Overlook sta succedendo LA ROBA BRUTTA PER SUL SERIO e a noi se ci parli del cuoco che fa cose e vede gente non ci tieni sulle spine ma semplicemente ci scassi le pesche fino all’inverosimile.

Questo per quanto riguarda la mancanza di tensione (quante volte ho già scritto tensione? Tensione). Ma nel libro c’è un’altra grande mancanza, per la precisione un protagonista mancato: l’albergo. Nel film (mi spiace, non ce la faccio) ad un certo punto ti accorgi di come in realtà i Torrance non siano altro che comparse, povera carne da macello in completa balia dell’Overlook. L’albergo all’inizio è come una bestia sopita, spaventosa ma innocua. Poi piano piano si sveglia e inizia a sovrastare i tre malcapitati sempre di più, sempre di più, ma per buona parte del film lo spettatore continua a chiedersi se non è che i Torrance si stiano semplicemente friggendo il cervello a causa del posto in cui sono andati a ficcarsi e dell’isolamento totale in cui si trovano. Senonché… Senonché ad un certo punto c’è quel terribile dialogo tra Jack e LA COSA LÀ FUORI e poi il CLACK della porta e allora lo spettatore capisce che invece sì, sono davvero cazzi amarissimi per tutti. Ecco, nel libro tutto questo non c’è. King ci dice quasi subito che l’albergo è cattivo per davvero. E allora quando iniziano a succedere le cose te lo aspettavi già, e la tensione non c’è. C’è solo la noia, che se già è la rovina di un qualsiasi libro figuriamoci di un libro che vorrebbe fare paura.

Long story short: è il terzo libro di King che leggo e decisamente il più brutto. Piuttosto guardatevi il film (non sono mai stato un boy scout).

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Letture rozze: Time and the Gods di Lord Dunsany

È più o meno dall’apertura di questo blog che almeno una volta alla settimana mi viene in mente di scrivere un post su H. P. Lovecraft, forse l’unico autore che io idolatri (al di là di quanto mi siano effettivamente piaciuti tutti i suoi racconti). Non l’ho ancora fatto e manco adesso lo farò; quello che farò sarà parlare di un’opera di Lord Dunsany, uno degli autori che Lovecraft idolatra (al di là di quanto quei racconti abbiano o meno avuto una influenza particolare su di lui).

Edward John Moreton Drax Plunkett, 18° Barone di Dunsany fu un lord irlandese con molto tempo libero e una gran voglia di muovere la penna, almeno a quanto si evince dalla lista dei suoi lavori leggibile su wikipedia: dal 1905 al 1954 (tre anni prima della sua morte) pare che abbia scritto qualcosa come un gozzilione tra racconti, romanzi, poemi, opere teatrali, saggi e pure un libro di geografia. Se il livello medio dei suoi lavori si attesta ad anche solo la metà del livello di questo Time and the Gods, beh, signori miei, mi sa che ho trovato da leggere per i prossimi cinquant’anni!

Time and the Gods non è una raccolta di racconti in senso stretto, nel senso che, pur essendo effettivamente una raccolta di racconti, essa è un’opera con un suo preciso inizio, un suo preciso svolgimento e una sua coerente fine e non, semplicemente, una raccolta antologica di scritti di un certo periodo di vita dell’autore. La descrizione migliore del libro la fa lo stesso Dunsany nella sua prefazione:

These tales are of the things that befel gods and men in Yarnith, Averon, and Zarkandhu, and in the other countries of my dreams.

Fiabemiti, dunque, raccontati con lo stile onirico che ben si adatta a questo tipo di narrazioni. E lasciatemi dire che raccontare fiabe in maniera convincente non è così facile come sembra: spesso mi sono imbattuto in fiabucole moderne che tentavano di raccontare qualcosa ma che semplicemente non avevano né capo né coda e, soprattutto, erano scritte con uno stile moralistico insopportabile. Time and the Gods riesce invece nel difficile compito di presentarci una mitologia convincente e una serie di racconti malinconici e, soprattutto, con un loro significato ben preciso. Si perché, a dispetto del titolo, i protagonisti dell’opera non sono solo il Tempo e gli Dei; da circa metà del libro fa la sua stabile comparsa l’Uomo, ed è da lì che tutto diventa veramente magnifico: l’Uomo di Dunsany si ritrova infatti a dover fare i conti da una parte con gli Dei e dall’altra col Tempo, confronti che, si sa, difficilmente giungono ad una buona fine.

Il Tempo, gli Dei e l’Uomo

Guardate questa immagine, una delle illustrazioni che l’artista Sidney Sime disegnò per l’edizione originale del libro. Essa esprime benissimo l’atmosfera malinconica che pervade tutto il libro: abbiamo gli Dei, figure lontane e nebulose che, pur vedendo tutto, si guardano bene dall’intervenire e, anzi, contemplano la scena con un insieme di disprezzo e paura; abbiamo l’Uomo, prostrato in segno di sconfitta a una figura ghignante che non promette nulla di buono; e abbiamo il Tempo, un essere scheletrico che pare dominare e avvolgere tutto il mondo col suo sudario. Ancora meglio, abbiamo due versioni dell’Uomo: una che si arrende al Tempo e una che invece tenta di scappare da Esso nascondendosi al riparo della montagna, non accorgendosi però che Esso li ha già raggiunti.

E così Dunsany, un esempio su tutti, in un suo racconto parla di un uomo (un Re, per la precisione) che ad un certo punto si trova tormentato da un bisogno: vuole sapere dove giacciono i giorni che furono e certe ore passate, per poterli recuperare e rivivere ancora. Chiede a tutti i saggi del suo regno e solo un profeta gli risponde che esse stanno in una caverna lontana, protetta da Kai, una sentinella posta lì dagli stessi Dei a guardia di tutte le passate ore degli uomini. Il Re ci va, con tutte le sue armate dietro e carovane e carovane di regali per ingraziarsi Kai; solo che una volta arrivato lì si accorge che Kai non si lascia così facilmente ingraziare. E allora il grande Re è costretto a tornare indietro con le pive nel sacco, abbattuto per aver fallito la sua missione.
Senonché, una volta tornato al suo regno, un suonatore d’arpa gli chiede udienza e gli dice che alle corde del suo strumento si sono attaccati, come granelli di polvere, alcuni secondi di quelle ore dimenticate; egli inizia a toccare le corde, prima timidamente e poi sempre più maestosamente, finché il Re non è più nel suo palazzo ma di nuovo nelle terre felici in cui nacque e crebbe da bimbo. Due giorni e due notti il suonatore suona ininterrottamente per il Re, finché Egli non lo ferma e gli comanda un ordine: di stare a sentinella davanti alla caverna di Kai, in modo che egli possa, con la sua arpa, catturare la polvere delle sue ore passate e far sì che esse non vengano più dimenticate. Il racconto si chiude maestosamente: gli anni passano e il Re compie molte grandi imprese; Kai aspetta nella sua caverna che la polvere dei giorni del Re si venga ad accumulare e a perdere insieme a quella di tutti gli altri uomini, ma di quelle ore trova solo qualche residuo minore. E l’ombra di un arpista si staglia enormemente davanti alla sua caverna.

Una citazione a caso:

If Yarni Zai be not a god, then is there nothing mightier in Yarnith than men, and who is the Famine that he should bare his teeth against the lords of Yarnith?

Letture rozze: Hyperion di Dan Simmons

Fantascienza. Dunque, la fantascienza è quel genere letterario che di solito viene bollato come cazzatina da chi non legge fantascienza. Articolo meglio: se siete un lettore di fantascienza e provate a parlare di un’opera di fantascienza con qualcuno che invece non è un lettore di fantascienza, a fine conversazione tutto ciò che probabilmente avrete ottenuto sarà stato di farvi bollare nella testa del vostro ascoltatore come nerd unticcio e puzzolente di sfiga. Questo probabilmente perché nell’immaginario collettivo la fantascienza è indissolubilmente e frettolosamente collegata al fantasy; chissà poi perché, forse perché in entrambi i generi la narrazione è solitamente ambientata in un universo immaginario. Che è un po’ come dire che il calcio è come la pallavolo perché in entrambi gli sport si usa una palla.
L’altro probabile motivo di questo scorno collettivo nei confronti della fantascienza è che se fermi qualcuno a caso per strada e gli urli in faccia FANTASCIENZA! la prima cosa a cui quello penserà sarà probabilmente Star Wars con l’inevitabile corredo di astronavi, pistole laser che fanno PEW PEW, creature buffe dai colori improbabili e via dicendo.

Fantascienza?

Il problema è che la fantascienza non è solo astronavi e laser pew pew. Per carità, sono entrambi un corredo molto divertente, ma sono, appunto, solo corredo. La fantascienza in realtà non è altro che un pretesto: si parla di qualcosa di lontano e di improbabile (almeno al momento) per porsi delle domande sul presente, domande solitamente molto scomode. E così la storia di un cacciatore di androidi diventa un pretesto per ragionare su cos’è che ci rende veramente umani, quella di un reduce della Seconda guerra mondiale che incontra degli alieni che gli spiegano la vera natura del tempo un pretesto per raccontare gli orrori della guerra e cercare di liberarsene, quella di un pompiere al contrario che brucia i libri un pretesto per riflettere sui rischi della progressiva scomparsa della letteratura dalle nostre vite e così via. Astronavi, viaggi nel tempo, mutanti, robot, pistole laser e tutto il resto sono solo questo: solo mezzi. Per dire, anche Frankenstein della Shelley è un libro di fantascienza: un pretesto pseudo-scientifico (la resurrezione di un cadavere mediante il galvanismo) viene impiegato per mettere in scena una storia che comporta una serie di domande scomode, tra cui se la scienza debba o meno essere tenuta a bada dalla morale e come si origini il male nell’uomo. E invece, pensateci bene: Star Wars è “soltanto” una favolona epica («Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…») che narra l’eterna lotta tra Bene e Male e che funzionerebbe benissimo anche se trasposta in un altro universo senza le astronavi e le spade laser. Molto più fantasy che fantascienza, in effetti.

Fantascienza!

Hyperion, primo romanzo di un quadriciclo chiamato I canti di Hyperion, è fantascienza vera e propria. La struttura del libro è simile a quella del Decamerone o, meglio ancora, delle Canterbury Tales, giusto perché oggi mi sparo le pose da colto: sette pellegrini (l’alcolizzato, la tosta, il duro, il poeta folle, l’enigmatico, il vecchio ebreo e il prete cattolico) sono in viaggio verso il pianeta Hyperion alla volta di un santuario chiamato Time Tombs, santuario che dovrebbe ospitare una creatura semi-divina, metallica e piuttosto incazzereccia nota come lo Shrike. Si dice che tale creatura possa garantire un desiderio ad uno, ma ad uno solo dei pellegrini in visita. Gli altri… beh, gli altri di solito muoiono male. I nostri sette si trovano quindi in viaggio insieme per tentare la sorte e nel frattempo decidono di raccontarsi a turno la propria storia. All’interno della cornice del viaggio abbiamo quindi un racconto per pellegrino che, oltre a introdurci il personaggio e spiegarci il motivo del suo pellegrinaggio, serve per raccontarci un po’ l’universo in cui si svolge l’opera.

E l’universo dei Canti non è per niente un posto tranquillo. L’uomo si è riunito in una Egemonia e ha conquistato le stelle, si, ma per poterlo fare ha distrutto la sua vecchia Terra. Durante l’espansione interstellare non ha avuto remore nel soffocare quelle forme di vita che avrebbero potuto competere con la sua supremazia. Ha creato intelligenze artificiali evolute, incredibilmente evolute, così evolute che ad un certo punto sono si sono poste la fatidica domanda abbiamo bisogno dei nostri creatori?, si sono risposte no ed ora vivono separate dall’uomo, con fini propri ormai imperscrutabili. Ma soprattutto, dato che, come cantano i Laghetto, per sapere cosa si è bisogna aver chiaro cosa non si è, dopo secoli di pace l’uomo ha sentito il bisogno di crearsi un nuovo nemico: gli Ousters, «barbari interstellari» secondo l’Egemonia, nient’altro che brandelli di umanità che hanno deciso di vivere al di fuori del suo asfissiante controllo. Gli Ousters hanno più volte dimostrato un certo interesse per Hyperion e per il mistero dello Shrike e la loro invasione del pianeta sembra ormai imminente. L’Egemonia non può chiaramente far finta di nulla, e la guerra, la prima vera guerra interstellare sembra ormai prossima…

Quel rissoso, irascibile, carissimo Shrike

Tra i racconti dei pellegrini mi piace ricordare quello dell’ebreo errante Sol Weintraub e della tosta Brawne Lamia. Il vecchio ebreo è in viaggio verso lo Shrike in cerca di una cura per la malattia di sua figlia e il suo racconto è un angosciante e rabbioso dialogo con Dio a proposito dell’esistenza del male nell’universo. Il racconto della tosta invece è un intrigante noir che esplora il tema fantascientifico che probabilmente più di tutti mi stuzzica, ovvero il possibile rapporto di un essere umano con una intelligenza artificiale talmente evoluta da provare dei sentimenti. Inquietante!

In breve: Hyperion è un libro godibilissimo da leggere e al tempo stesso molto stimolante. Dan Simmons riesce a costruire un universo molto credibile e a svelarcelo pian pianino, in modo che le contraddizioni vengano a galla solo dopo che ci siamo beati del benessere e del livello tecnologico raggiunto dall’uomo. Consigliato anche a chi è a digiuno di fantascienza. Unica “pecca”: la storia rimane a metà e bisogna continuare con gli altri libri del ciclo.

Una (anzi due) citazioni a caso:

Barbarians, we call them, while all the while we timidly cling to our Web like Visigoths crouching in the ruins of Rome’s faded glory and proclaim ourselves civilized.

I believe the Ousters have done what Web humanity has not in the past millennia: evolved.

Letture rozze: Notre-Dame de Paris di Victor Hugo

Io l’originale Notre-Dame di Parigi non l’avevo mai letto. Come chiunque sia stato bimbo ho visto la versione Disney, certo, ma non essendo uno dei miei cartoni preferiti (anzi, quasi non me lo ricordo) non m’era mai scattata la voglia di cercarne la fonte ispiratrice. Di Victor Hugo poi non avevo mai letto nulla; anzi, nella mia mente questo scrittore era infilato (non chiedetemi perché) nella categoria “Gente noiosa di cui non vale la pena leggere nulla”.

Poi, qualche tempo fa, qualcuno mi fece vedere l’omonimo musical di Riccardo Cocciante. Oh, mi salì una scimmia tale che mi lanciai nello scaricamento selvaggio del cd e mi misi ad ascoltarlo sistematicamente, giorno dopo giorno, canzone dopo canzone, finché adesso non lo so tutto a memoria. Solo la prima parte, in realtà, la seconda l’ho ascoltata pochino; ma questo è un mio problema coi cd troppo lunghi.

Oltre a catalizzare i miei ascolti musicali per i due-tre mesi successivi alla sua visione, Notre-Dame de Paris (il musical, non il libro) mi fece scattare la famosa scintilla e mi spinse a scavare nella vasta libreria di casa alla ricerca di Notre-Dame de Paris (il libro, non il musical). Lo trovossi e mi fiondossi alla lettura, cercando di tenere bene a mente che difficilmente il libro avrebbe retto il confronto con il musical e che le due opere andavano considerate, appunto, come due opere ben distinte. Mai scelta si rivelò più felice! L’opera di Victor Hugo è veramente un libro gustoso, mai noioso e popolato da una manciata di personaggi veramente memorabili.

Notre-Dame de Paris. La cattedrale, non il libro.

Il personaggio centrale di tutta la vicenda è la piccola Esmeralda, giovane zingara 16enne innocente et pura che vive per strada esibendosi come ballerina ambulante. Attorno a lei ruotano, ognuno per i suoi motivi, quattro spessissimi personaggi: Gringoire, poeta squattrinato, sempre in bilico tra i nobili pensieri dell’arte e il bisogno molto concreto di mettere qualcosa sotto i denti; Febo, vacuo capitano degli arcieri del re, tanto bello quanto inconsistente (spoiler: è l’unico che scopa); Quasimodo, sordo, zoppo e gobbuto campanaro di Notre-Dame, il cui unico contatto col mondo umano è il padre adottivo Frollo; e Frollo, arcidiacono di Notre-Dame, ombroso e ambiguo uomo di scienza e di fede. Tutto ha inizio quando Esmeralda si innamora di Febo, ma soprattutto quando Frollo, uomo tutto d’un pezzo, inizia ad accorgersi delle danze della giovane zingara, e di quella gonna che gira, rigira e si solleva…

Il mio personaggio preferito di tutto il libro è senza dubbio Frollo. La passione che si impadronisce di lui e che pian pianino lo divora è terribile a leggersi ed è una vera perversione di ciò che dovrebbe essere l’amore: se Quasimodo non può avere Esmeralda e allora fa di tutto per renderla felice, Frollo decide invece di distruggerla con tutte le sue forze. Hugo fa vivere questo personaggio e il suo dramma interiore con una tale forza che è difficile non arrivare a provarne un po’ pena, nonostante la crudeltà delle sue azioni. Il colpo di genio finale è descrivere le terribili passioni di Frollo più tramite la mimica facciale e corporea che tramite i dialoghi: così, la faccia dell’arcidiacono diventa una vera e propria maschera del suo animo.

King Diamond che interpreta il ruolo di Frollo nel musical di Cocciante

L’arcidiacono non è l’unico personaggio degno di menzione; anche Gringoire meriterebbe un attimo di descrizione. Il poetucolo è un ottimo pretesto per stemperare il tono del romanzo, che altrimenti sarebbe veramente tragico. Basti pensare alla scena in cui Frollo cerca di convincerlo a farsi catturare al posto di EsmeraldaGringoire è già lì che pensa al nobil gesto di dare la vita per salvare una donzella, al fatto che la vita alla fin fine non è altro che sofferenza e che una fine rapida le è di gran lunga preferibile, perso nei suoi pensieri è già pronto ad accettare… se non che si ricorda che per salvare la donzella dovrebbe, appunto, morire lui. «Allora ci stai?» «Eh? No no! Ci tengo alla vita, io!»

Altre mille cose meriterebbero una menzione: la descrizione della Corte dei miracoli, l’assalto notturno alla cattedrale di Notre-Dame, la terribile notte al Val d’amore… Ma questo vorrebbe dire rovinarvi il piacere della lettura, nonché allungare decisamente troppo questo post.

In breve: il libro di Victor Hugo è uno dei romanzi più goduriosi che abbia mai letto. C’è dentro tanta di quella roba che a volerne fare una recensione completa si occuperebbero mille pagine e probabilmente non si avrebbe scritto ancora abbastanza. Hugo ha una forza narrativa talmente coinvolgente che i personaggi e le situazioni descritte sembrano veramente vivi. E questo non mi capita spesso di dirlo.

Una citazione a caso:

«A un tratto, al di sopra della testa di Febo ella vide un’altra testa, una faccia livida, verde, convulsa, con uno sguardo da dannato. Presso quella faccia, c’era una mano che stringeva un pugnale. Erano la faccia e la mano del prete.»

Letture rozze: Weird Tales of Conan di Robert E. Howard

Spade. Armature. Mostri. Guerre! Ammazzamenti! Belle donne! SANGUE! SPADE! TETTE! SANGUE! MOSTRI! TETTE!

Scusate, a volte mi lascio trasporTETTE!

Scusate. Dicevamo: Conan il barbaro è un personaggio tranquillo e posato uscito dalla penna di Robert Howard circa nel 1932. Il buon vecchio Howard scrisse diciassette racconti sia brevi sia lunghi su questo nerboruto signore e li pubblicò tutti su Weird Tales (che, guarda un po’, è la stessa rivista dove pubblicò i suoi racconti Lovecraft). Ma chi è Conan e dove si svolgono le sue avventure?

Essere tranquilli e posati

Conan, come ben mostra la famosa interpretazione del buon vecchio Schwarzy, è una specie di macchina da guerra su due gambe. Le descrizioni che Howard ci dà del suo personaggio lasciano tutte traspirare un sottile e alquanto simpatico omoerotismo: Conan è alto, col torace bello ampio e due braccia che paiono due tronchi di quercia; ha una folta criniera nera e due occhi azzurri magnetici e, cosa più importante di tutte, di solito va in giro in perizoma. È forte come un toro, si, ma (Howard ce lo ripete spesso) è anche agile e silenzioso come una pantera. È un barbaro, nato e cresciuto tra i barbari e poi spinto dalla sete di avventure a girare per il cosiddetto mondo civilizzato. Conan nella sua lunga carriera sarà un po’ di tutto: ladro, mercenario, guardia del corpo, comandante delle truppe, portapizze, pirata, esploratore e infine, magari, anche re. Ma dove si svolgono le sue avventure?

Il mondo durante l’Era Hyboriana

Il mondo di Conan è una specie di mondo primitivo pseudo-storico: siamo sulla nostra terra circa nel 10000 a.C. e il mondo è diviso in una serie di regni più o meno vasti e più o meno civilizzati. L’Era Hyboriana è una specie di paradiso terrestre dove tutti gli uomini sono forti, tutte le donne sono bellissime e dove i problemi si risolvono con un secco colpo di spada: il mondo perfetto per il nostro barbaro eroe! E infatti la barbarie di Conan si scontrerà spesso con la cosiddetta civiltà e ne uscirà sempre vincitore: uno degli elementi più ricorrenti nei racconti di Howard è quello della antica civiltà arrivata così in alto sul gradino della civilizzazione da essere diventata inevitabilmente corrotta e decadente, con i suoi abitanti spesso completamente persi nei loro sogni d’oppio o dediti ad atti inumani come il cannibalismo. Altrettanto ricorrenti sono quei personaggi viscidi e scorretti che Howard pone spesso nelle corti dei re – o tra i re stessi. Conan invece ci viene spesso dipinto come l’essere umano ancora incorrotto e puro: non ha pietà per i suoi nemici, certo, ma non tradisce mai, mantiene sempre la parola presa e non si lascia mai corrompere. Nella lotta tra civiltà e barbarie possiamo bene immaginare da che parte stesse Howard.

Non le fanno più delle riviste del genere

In breve: i racconti di Howard sono ben scritti e molto intriganti; sono inoltre molto vari, dato che le ampie peregrinazioni di Conan permettono di mettere in scena molte diverse ambientazioni: deserti, giungle, mari, città antiche e enormi palazzi. È impossibile non provare simpatia per il nostro gigante in perizoma, soprattutto quando lo ritroviamo invischiato a combattere contro i peggiori esponenti del genere umano che Howard gli lancia contro.

Una citazione a caso:

«Civilized men are more discourteous than savages because they know they can be impolite without having their skulls split, as a general thing.»