Letture rozze: Come stanno le cose di Piergiorgio Odifreddi

Breve citazione a mo’ di introduzione: Se non potete parlare bene di una persona (o di una cosa), non parlatene.

Premessa: io sto scrivendo in questi mesi la mia tesi di laurea per la triennale in Filosofia; la sto scrivendo sul De rerum natura di Lucrezio, un’opera che a mio parere è una delle più affascinanti di tutta la letteratura latina. Qualche settimana fa ho chiamato il mio prof per aggiornarlo sulla situazione e capire se sarei mai riuscito a laurearmi in ottobre. Prima di metter giù mi fa «Ah, è uscito in questi giorni un’opera di Odifreddi sul De rerum; non l’ho ancora letta quindi non so come sia, lei provi a buttarci un occhio che magari le dà qualche spunto.» Benéssum, penso, un altro libro da leggere in tempo breve. Controllo in biblioteca: è uscito da troppo poco ed è ancora in acquisizione. Benéssum, penso, altri soldi da spendere. Vado sul sito della Feltrinelli e controllo quanto costa. Costa 20€. Benéssum, penso, *censura*. Vabbeh. COMPRO il libro completamente a scatola chiusa, senza neanche sapere se sia un saggio o cosa. E via con la lettura.

Come stanno le cose di Piergiorgio Odifreddi è metà una traduzione in prosa del De rerum natura e metà schede monopagina di approfondimento scientifico su alcuni pezzi dell’opera. Lo scopo dell’opera è dichiarato nell’introduzione: riproporre il poema di Lucrezio corredandolo di «un piccolo apparato di note che ne evidenzi le formidabili intuizioni scientifiche», cercando di «mostrare come nel De rerum natura si possano trovare innumerevoli assonanze con idee scientifiche moderne, quando non vere e proprie anticipazioni.» Sulla traduzione non mi posso esprimere perché non l’ho proprio letta (capitemi, causa tesi avrò letto il De rerum una decina di volte dall’alto al basso e viceversa e l’idea di leggermelo un’altra volta era allettante quanto l’idea di farmi sparare nei ginocchi); la scelta di affidare il commento al testo a delle semplici schede monopagina m’aveva lasciato un po’ così già a prima vista: quanto può essere approfondita una scheda di una pagina sola? Fosse solo quello il problema: il problema è che il libro di Odifreddi è un libro sbagliato dal punto di vista del metodo, inutile dal punto di vista della divulgazione scientifica, inutile dal punto di vista della crescita intellettuale di una persona e, inoltre, permeato di una profonda disonestà intellettuale.

Insomma t’è piaciuto!

Mi tolgo dai piedi i primi due aggettivi perché, in fondo, sono la cosa di cui mi importa meno parlare.

Il libro è, secondo me, sbagliato dal punto di vista del metodo. L’idea di Odifreddi è quella di far notare come nel De rerum natura siano riscontrabili una miriade di teorie scientifiche che anticipano la scienza moderna e contemporanea in molti dei suoi ambiti, dalla fisica alla chimica alla biologia all’astronomia. Ora, una impostazione del genere mi sembra utile, con le dovute proporzioni, come il cercare di far risaltare in Guido d’Arezzo l’anticipatore di Fabri Fibra. È chiaro che gli scienziati moderni hanno pescato a piene mani dal De rerum natura (e non solo da lì) e di sicuro molte delle teorie cantate da Lucrezio sono state poi fonte di ispirazione per le teorie moderne, ma vedere nell’atomismo di Lucrezio un’anticipazione del moderno atomismo è quantomeno straniante, dato che gli atomi di Lucrezio non sono altro che dei minuscoli corpi indivisibili e eterni che procederebbero infinitamente nel loro moto verticale se ad un certo punto non avvenisse una declinazione completamente casuale che li faccia deviare dal moto e quindi scontrare tra di loro fino a causare la loro aggregazione. Vedere in esso poi l’anticipatore della quantizzazione dello spazio solo perché il poeta latino aveva supposto un limite nella suddivisione della materia è, mi pare, da lacrime agli occhi. Una impostazione molto più ragionevole a proposito delle posizioni scientifiche di Lucrezio mi pare essere quella di Albert Einstein, espressa nella prefazione di un edizione tedesca del De rerum e riportata peraltro da Odifreddi nella sua introduzione:

Vediamo come immagina il mondo un uomo dotato di autonomia di giudizio, portato per la speculazione scientifica, provvisto di immaginazione e intelligenza fervide, ma che non ha la minima idea neppure delle nozioni di fisica che si insegnano ai bambini.

Unito a ciò, questo libro mi sembra anche piuttosto inutile dal punto di vista divulgativo. Per carità, Odifreddi nelle sue schede parla di tutto, dagli esperimenti di Torricelli alla tavola periodica degli elementi, dalle teorie riduzioniste al puntinismo pittorico, dall’astronomia alla letteratura alla pittura alla musica. Parla effettivamente di troppo, in una interessantissima dimostrazione di onniscientismo che però alla fine serve a poco o a niente: la scelta di dedicare una sola pagina (e a volte anche metà) ad ogni argomento fa infatti si che la trattazione sia a livello di un qualsiasi Bignami e quindi superflua per chi abbia anche solo un’infarinatura dell’argomento e inutile se non a livello nozionistico per chi invece ne sia a digiuno. Sarebbe stato probabilmente meglio se Odifreddi si fosse concentrato solo su alcuni argomenti (chessò, atomismo, astronomia, evoluzionismo) e avesse cercato di dimostrare come le tesi di Lucrezio siano anticipazioni delle moderne concezioni scientifiche. In questo modo, anche se l’impostazione mi sembra comunque sbagliata, il libro avrebbe pure avuto un senso. Così invece non serve proprio a nulla, se non eventualmente a dare al lettore l’impressione di aver capito qualcosa degli argomenti trattati.

Ma i difetti peggiori del libro sono l’inutilità dal punto di vista della crescita intellettuale e la disonestà intellettuale che lo permea da capo a piedi. Ora, premessa: Odifreddi è ateo. Bene. Neanche io, per inciso, credo all’esistenza di una qualche divinità che regoli l’esistenza dell’uomo. Il problema di questo libro però è che l’autore ci sbatte continuamente in faccia questa sua scelta di vita; sembra anzi quasi che la scrittura di questo libro sia stata per Odifreddi solo un pretesto per potersi vantare del suo ateismo e della sua presunta superiorità rispetto a chi invece crede in una divinità. Per questo dico che questo libro non aiuta a crescere intellettualmente: perché dopo la lettura se sei un credente di certo non metterai in dubbio le tue posizioni, e se sei un ateo tuttalpiù darai una stretta di mano virtuale a Odifreddi complimentandoti della sua/tua superiore intelligenza. Serve a questo un libro?

Sopra: fortuna che c'è gente accorta come Odifreddi

Sopra: fortuna che c’è gente accorta come Odifreddi

Il punto secondo me è molto semplice: sei ateo? Hai fatto una scelta di vita? E allora perché mai dovresti vantarti di questa scelta? Perché mai dovresti ritenerti superiore a chi ha fatto una scelta diversa? E inoltre, che differenza c’è a credere in un dio e a credere in un non-dio? Che differenza c’è tra un credente estremista e un ateo estremista? A mio parere nessuna: sono entrambi chiusi nella loro sicurezza e, quindi, entrambi ridicoli.

Sopra: fortuna che c'è gente come Odifreddi che ha superato tutto il guado

Sopra: fortuna che c’è gente come Odifreddi che ha superato tutto il guado

E un’aggravante a tutto ciò sta nel fatto che nella sua battaglia contro la religione Odifreddi dimostra una terribile disonestà intellettuale. Voglio dire, stai criticando qualcosa? Vuoi cercare di smontare tesi opposte alle tue? Ma allora almeno informati bene su quelle tesi, ragazzo mio, altrimenti a chi è anche solo un minimo competente in materia farai solo scappare da ridere. Certo, se il tuo fine è invece semplicemente ringalluzzire chi sta già dalla tua parte allora non avrai bisogno di impegnarti granché. Il mio sospetto è infatti che Odifreddi abbia coscienziosamente evitato di portare le sue critiche al giusto livello di profondità, perché altrimenti avrebbe dovuto impegolarsi in argomentazioni francamente poco interessanti a chi invece vuole soltanto sentirsi appoggiato nelle sue scelte. Il libro sembra insomma un gigantesco high five a chi condivide il pensiero dell’autore. Ripeto, serve a questo un libro?

Ad un certo punto, ad esempio, Odifreddi affronta il problema del male. Il problema è molto semplice e, al tempo stesso, molto ficcante: se il mondo è stato creato da Dio, perché allora esiste il male? Ora, se andate in una qualsiasi parrocchia e ponete questo quesito ad un qualsiasi parrocchiano, molto probabilmente vi sentirete rispondere che Dio ha creato la terra e l’uomo, si, ma ha anche lasciato all’uomo la libertà di scegliere il bene o il male. È il libero arbitrio la risposta cattolica al problema del male. Ora, noi possiamo discutere se questa sia una buona risposta oppure no, ma se affrontiamo questo problema sarebbe almeno carino citarla, no? E ripeto, non è una risposta da laureato in teologia: è la risposta da catechismo-base al perché Gesù non sia semplicemente apparso sulla terra urlando a tutti EHIIII GUARDATEMI SONO DIO! Secondo voi Odifreddi la cita?

Sopra: il problema del male

Sopra: secondo voi?

Altro esempio: ad un certo punto Odifreddi, seguendo Lucrezio, parla del passaggio dell’umanità dallo stato brado alla civiltà, affermando che secondo il poeta romano questo passaggio si basa sul patto non far del male agli altri affinché gli altri non ne facciano a te. Odifreddi afferma che tale regola era già stata enunciata da Confucio e che verrà poi ripresa da Hobbes nel Leviatano. Tutto molto giusto, se non fosse che Odifreddi si dimentica stranamente che questa regola è anche il principio più importante della predicazione di Gesù e, effettivamente, il fulcro della etica cristiana: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Marco 12, 31), oppure «Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Luca 6, 31). Tanto più che il precetto cristiano è un precetto d’azione, non di stasi: non basta non fare il male, bisogna fare il bene. Ma, stranamente, Odifreddi tutto ciò non lo menziona neppure. Fingeremo stupore.

Sopra: dimenticanze appropriate

Sopra: fingeremo stupore

Ci sarebbero altri esempi da citare, ma la smetto qui che altrimenti sto post non finisce più. Aggiungo soltanto che questo libro non è neanche un buon inizio per avvicinarsi a Lucrezio, proprio perché l’opera del poeta romano sembra qui più un pretesto per parlare di altro che non il fulcro dell’attenzione.

In breve: un libro che più che un libro è una Caporetto. Seriamente, leggetelo soltanto se la pensate come l’autore e avete voglia di sentirvi rassicurati sulle vostre scelte di vita. A me, che non credo in Dio da molti anni, è riuscito nell’impresa di farmi sperare che esista un dio solo per poterlo sbattere in faccia a gente come Odifreddi.

Una citazione a caso:

È intellettualmente e culturalmente scandaloso che l’infantile e sbrigativa mitologia del Genesi, che inizia con «lo spirito di Dio che aleggiava sulle acque», non sia stata gettata nel cestino dei rifiuti della storia, e rimpiazzata dalla matura e dettagliata descrizione delle origini fornita da Lucrezio.

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Letture rozze: Il libro nero delle Brigate Rosse di Pino Casamassima

I cosiddetti anni di piombo sono quel periodo della storia italiana che ufficialmente va dagli anni ’70 agli anni ’80, ma che ufficiosamente si protrae fino a quasi i giorni nostri. Sono quegli anni in cui le proteste extraparlamentari di destra e di sinistra decisero che, se coi cartelli e le manifestazioni lo Stato non prestava loro orecchio, allora forse era l’ora di alzare un po’ la voce. È un periodo confuso, ricco di avvenimenti sanguinosi e di protagonisti singoli o di collettivi; è un periodo che merita un’attenzione particolare, perché si tratta di una storia legata indissolubilmente a quella italiana, sia dal punto di vista storico che da quello politico.

Le Brigate Rosse sono uno dei protagonisti assoluti degli anni di piombo, ma sono al tempo stesso una formazione che quegli anni li oltrepassa sia temporalmente, sia ideologicamente, sia per preparazione e obiettivi. Temporalmente perché l’ultimo omicidio delle BR, quello di Marco Biagi, avvenne nel 2002, ovvero neanche undici anni fa. Ideologicamente perché, se la maggior parte degli attentati terroristici di quegli anni rifletteva uno scontro tra forze extraparlamentari opposte (estrema destra contro estrema sinistra), le BR decisero lucidamente e coscienziosamente di «portare l’attacco al cuore dello Stato», ovvero di volgersi prevalentemente contro le istituzioni del tempo, fossero esse politiche, industriali o giornalistiche. Per preparazione e obiettivi perché l’escalation dei loro agguati e attentati dimostrano da una parte una superiore conoscenza tattica dei metodi della guerriglia urbana e dall’altra un disegno, uno schema ben preciso che li porterà a mirare sempre più in alto, fino all’impensabile: il sequestro di uno degli esponenti politici più importanti del tempo, Aldo Moro. Ma andiamo con ordine.

Un simpatico siparietto disegnato da Silver nel ’77 per il suo Lupo Alberto. Enrico la talpa si mette in testa di fondare un movimento che lotti per i diritti degli omosessuali e ha la geniale idea di chiamarlo “I Bravi Ragazzi” e di disegnarne un simbolo che «rassicuri» la gente. Dopodiché cercherà di portare la discussione nelle grandi città… (da Il grande Lupo Alberto 1, Silver, strisce 914 e 915)

Il libro nero delle Brigate Rosse (titolo orrendo e bamboccioso, lo so, ma per questa volta chiuderemo un occhio) analizza con occhio decisamente oggettivo la nascita, l’evoluzione e la (si spera) fine delle BR. Una storia che copre un arco temporale di trent’anni: dal 1970, anno della formazione del primo nucleo dell’organizzazione, fino al 2003, anno dell’arresto di Nadia Desdemona Lioce, una delle menti e delle esecutrici degli omicidi di Massimo d’Antona e di Marco Biagi.

Il pregio principale di questo libro è che riesce ad essere esaustivo senza diventare mai noioso. L’autore parte dalle origini delle BR, raccontando la formazione sociale e ideologica di quelli che saranno i primi leader delle BR (Curcio, Franceschini e Moretti) e le loro prime azioni: gambizzazioni, attentati omicidi e sequestri (tra cui spicca quello del sostituto procuratore di Genova Mario Sossi) che metteranno già a dura prova lo Stato, mostrando non solo la sua incapacità di difendere i propri dipendenti, ma anche e soprattutto quella cecità e quella sordità che saranno poi le grandi protagoniste del sequestro di Moro. Dalle origini si passa poi all’arresto di Curcio e Franceschini, alla successiva riorganizzazione delle BR e alla narrazione di quello che appunto sarà il capolavoro dell’organizzazione: il sequestro Moro nel 1978. Da qui poi l’arresto di Moretti, la spaccatura nelle BR e quella che sembrava la diaspora e quindi la fine dell’organizzazione. Pura illusione, puro fumo negli occhi: nel 1999 e nel 2002 altri due omicidi (quello di Massimo d’Antona prima e quello di Marco Biagi poi) fanno capire che le BR non erano morte, erano soltanto addormentate. E infine l’arresto e il processo alla Lioce, quella che sembra essere, per ora, l’ultima grande mente delle BR.

L’altro grande pregio del libro è la lucidità che mostra nel riuscire ad attribuire le giuste colpe ai giusti colpevoli. Le BR non vengono mai trattate come una semplice banda di assassini (sarebbe una riduzione troppo comoda), ma al tempo stesso non vengono mai scusate o giustificate per le loro azioni. Al tempo stesso però l’autore mette più volte in risalto gli errori e le contraddizioni dello Stato: nel caso del sequestro Sossi, una completa vittoria delle BR (lo Stato si irrigidì subito nella posizione di non-trattativa, per poi cedere piano piano vista la totale inconcludenza delle indagini e acconsentire infine allo scambio di prigionieri);  nel caso del sequestro Moro, altra vittoria schiacciante e pesantissima delle BR (anche questa volta lo Stato si pose sulla linea della fermezza senza più smuoversene, riuscendo soltanto ad ottenere l’esecuzione del segretario della Democrazia Cristiana); e infine nel caso dell’omicidio Biagi (il professore aveva più volte scritto a vari ministri e prefetti, tra cui spiccano i ministri Casini e Maroni, affermando di sentirsi minacciato, lamentando una scarsa attenzione nei suoi confronti e chiedendo a gran voce una scorta che potesse seguire i suoi spostamenti; appelli che ebbero come unica risposta quella dell’allora Ministro dell’Interno Scajola: «Biagi è un rompicoglioni che pensa solo al rinnovo del contratto di consulenza.»).

Il pregio finale del libro è che tutta la trattazione è corredata da numerosi documenti dell’epoca: foto, pagine dei giornali, dichiarazioni e comunicati delle BR, lettere dei sequestrati. Una grande disponibilità di fonti che aiuta enormemente l’immedesimazione in quegli anni e la comprensione del perché le BR agirono come agirono.

In breve: il libro di Casamassima funge da ottima introduzione al mondo delle Brigate Rosse ed è perfettamente adatto anche a chi è quasi completamente a digiuno della storia di quegli anni.

Una citazione a caso:

«Compagni, la battaglia iniziata il 16 marzo con la cattura di Aldo Moro è giunta alla sua conclusione. Dopo l’interrogatorio e il Processo Popolare al quale è stato sottoposto, il Presidente della Democrazia Cristiana è stato condannato a morte.»

Letture rozze: Sei pezzi facili di Richard P. Feynman

Già dai primi temi delle elementari e via via fino ai saggi del liceo gli insegnanti non hanno fatto altro che ricordarci quanto fosse importante inventarsi un buon titolo che potesse catturare subito l’attenzione del lettore. E avevano ragione. Sei pezzi facili. Ok, ma sei pezzi di cosa? E perché facili?

Richard Feynman, recita la sua pagina di wikipedia, «è stato un fisico statunitense, premio Nobel per la fisica nel 1965.» Io non ne avevo mai sentito parlare, in parte perché sono ignorante e in parte perché il mio ambito di studio non è la fisica (giustificazione pessima, ma vabbeh). Cinque anni passati in un liceo scientifico mi hanno però lasciato un certo odio per il latino ma soprattutto una certa curiosità per le scienze naturali; è stata questa curiosità unita al titolo intrigante a farmi cadere gli occhi su questo libro.

Sei pezzi facili (e la sua continuazione, Sei pezzi meno facili, di cui magari vi parlerò un’altra volta) è una piccola parte di un libro molto più grande che racchiude le lezioni di fisica che Feynman tenne nel 1961 e nel 1962 in una scuola californiana. Gli argomenti trattati in queste lezioni sono quelli che in un qualsiasi liceo scientifico vengono affrontati nel corso degli anni (anche se ovviamente un minimo più approfonditi): atomismo, fisica di base, energia, gravitazione e fisica quantistica. Che palle, direte voi. Eh no, dirò io!

eh no!

Eh no, dice Feynman!

Perché quello che SPACCA di questo libro è come Feynman tratta questi argomenti. Scordatevi il tono da professorino del liceo: quest’uomo unisce (anzi, univa) una grande capacità oratoria a un’onestà intellettuale e a una passione per il proprio lavoro che molti cosiddetti professori si sognano. Chissà che roba dev’essere stata poterlo ascoltare dal vivo. Ogni ragionamento logico, ogni deduzione, ogni osservazione trasuda letteralmente PASSIONE. Prima di lanciarsi in un excursus sulla storia della fisica Feynman paragona la natura ad una partita a scacchi e le nostre leggi a semplici tentativi di estrapolare le regole del gioco dalle mosse che osserviamo; è come se ci stesse dicendo «Hei, il lavoro di noi fisici è procedere a tentoni in un mondo che non conosciamo cercando di disegnarne la mappa: io lo so, sappiatelo anche voi.»
Quante persone sarebbero capaci di affermare una cosa del genere? Quante persone avrebbero paura di stare svilendo il proprio lavoro? Feynman di sicuro non è svilito: pare quasi di vederlo, là, fedora in testa e machete in mano, novello Indiana Jones, farsi strada nella giungla della fisica. L’ultimo capitolo poi è da mani nei capelli: come si comporta allora sto elettrone? È un’onda? È una particella? E che cosa rappresenta, insomma, il principio di indeterminazione di Heisenberg?

Nulla di nuovo, per carità: ricordate che sono lezioni degli anni ’60 rivolte a studenti al primo anno di università. Ciò che rende queste lezioni un piccolo gioiello sono, lo ripeto, il tono in cui sono espresse e la capacità di appassionare di un uomo che ama la natura e l’universo che si muove intorno a lui.

In breve: queste lezioni di Feynman sono una goduria per la mente, sia che siate interessati alla fisica sia che non lo siate; la passione che quest’uomo mette nel proprio lavoro sarebbe da tenere a mente e da mettere in pratica ogni volta che ci avviciniamo al nostro lavoro, qualunque esso sia.

Una citazione a caso:

«I poeti dicono che la scienza rovina la bellezza delle stelle, riducendole solo ad ammassi di atomi di gas. Solo? Anch’io mi commuovo a vedere le stelle di notte nel deserto, ma vedo di meno o di più? La vastità dei cieli sfida la mia immaginazione; attaccato a questa piccola giostra il mio occhio riesce a cogliere luce vecchia di un milione di anni. Vedo un grande schema, di cui sono parte, e forse la mia sostanza è stata eruttata da qualche stella dimenticata, come una, ora, sta esplodendo lassù. […] Qual è lo schema, quale il significato, il perché? Saperne qualcosa non distrugge il mistero, perché la realtà è tanto più meravigliosa di quanto potesse immaginare nessun artista del passato! Perché i poeti di oggi non ne parlano? Che uomini sono mai i poeti, che riescono a parlare di Giove pensandolo simile a un uomo, ma se è un’immensa sfera di metano e ammoniaca ammutoliscono?»