Letture rozze: The Shining di Stephen King

Quando ci si gode un’opera qualsiasi la mossa più canaglia che si possa fare, consapevolmente o no, è valutare la riuscita o meno dell’opera stessa in base al valore di un altro adattamento tratto dallo stesso soggetto. Anche se sembra solo che giusto (raccontano pur sempre la stessa storia, no?), in realtà è poco leale paragonare due opere che hanno sfruttato media, tempi, modi e mezzi diversi per venire al mondo. Insomma, non è certo colpa di Stephen King se quel genio assoluto che è Stanley Kubrick ha deciso di prendere un suo libro e di tirarci fuori uno dei film più belli di tutta la storia del cinema. In ultima analisi, non è certo colpa di Kubrick se invece Shining (il libro) risulta un’opera prolissa, diluita, annacquata e, dunque, ahimè, piuttosto noiosa. Dunque, per tutto il post cercherò di non fare paragoni tra il libro e il film. Promessa di boy scout.

La storia di Shining la conoscono più o meno tutti: Jack Torrance, un uomo ben oltre l’orlo del fallimento, coglie al volo l’opportunità per risollevarsi che un amico pietoso gli offre e accetta il lavoro di custode per l’inverno di un lussuosissimo albergo sperduto nelle montagne, l’Overlook Hotel, trasferendosi lì con moglie e figlio. Ma i fantasmi dell’hotel risveglieranno i fantasmi del suo passato remoto e recente e bla bla bla non ci vuole un genio per capire come andrà a finire, cioè MALE. Ed ecco il problema principale del libro: dato che come andrà a finire lo si nasa già più o meno a pagina cinque, il succo della storia avrebbe dovuto essere il lento ma inesorabile montare della tensione fino all’inevitabile scoppio finale. La parola chiave qui è montare della tensione, o anche solo tensione. Ecco, di tensione nel libro non c’è traccia. Non appena accade qualcosa che ti fa sudare un po’ freddo ecco che subito quel qualcosa viene diluito da pagine e pagine di parole parole parole che non fanno altro che rovinare il tutto. Intendiamoci, queste pagine e pagine in realtà il più delle volte sono tentativi di analisi psicologica dei personaggi; tentativi encomiabili, per carità, ma che il più delle volte si risolvono in una tiritera ripetitiva dei soliti due o tre topoi. E Jack sente il peso delle responsabilità, e Wendy è ossessionata dall’ombra di sua madre, e Jack ha voglia di bere, e Wendy ha paura che Jack faccia nuovamente del male a Danny… Non vi sto rovinando niente: tutto ciò ci viene raccontato nei primi capitoli e ripetuto allo sfinimento, con minime varianti, per tutto il resto del libro.

L’esempio più lampante di come in questo libro King abbia completamente dimenticato che se vuoi far paura non puoi cincischiare lo abbiamo verso la fine dell’opera con la linea narrativa del cuoco che pian piano arriva all’Overlook: capitoli e capitoli di lui che ha una premonizione, prende l’aereo, ha una premonizione, noleggia una macchina, ha una premonizione, prende un gatto delle nevi, ha una premonizione… Capitoli da saltare a piè pari perché non aggiungono NIENTE alla storia. E d’altronde nel film (argh, scusate) Kubrick trova l’uovo di Colombo: prima scena, il cuoco ha una premonizione sull’Overlook; seconda scena, il cuoco viaggia; terza scena, il cuoco arriva. Fine, stop. Tensione, King, tensione, perché nel frattempo all’Overlook sta succedendo LA ROBA BRUTTA PER SUL SERIO e a noi se ci parli del cuoco che fa cose e vede gente non ci tieni sulle spine ma semplicemente ci scassi le pesche fino all’inverosimile.

Questo per quanto riguarda la mancanza di tensione (quante volte ho già scritto tensione? Tensione). Ma nel libro c’è un’altra grande mancanza, per la precisione un protagonista mancato: l’albergo. Nel film (mi spiace, non ce la faccio) ad un certo punto ti accorgi di come in realtà i Torrance non siano altro che comparse, povera carne da macello in completa balia dell’Overlook. L’albergo all’inizio è come una bestia sopita, spaventosa ma innocua. Poi piano piano si sveglia e inizia a sovrastare i tre malcapitati sempre di più, sempre di più, ma per buona parte del film lo spettatore continua a chiedersi se non è che i Torrance si stiano semplicemente friggendo il cervello a causa del posto in cui sono andati a ficcarsi e dell’isolamento totale in cui si trovano. Senonché… Senonché ad un certo punto c’è quel terribile dialogo tra Jack e LA COSA LÀ FUORI e poi il CLACK della porta e allora lo spettatore capisce che invece sì, sono davvero cazzi amarissimi per tutti. Ecco, nel libro tutto questo non c’è. King ci dice quasi subito che l’albergo è cattivo per davvero. E allora quando iniziano a succedere le cose te lo aspettavi già, e la tensione non c’è. C’è solo la noia, che se già è la rovina di un qualsiasi libro figuriamoci di un libro che vorrebbe fare paura.

Long story short: è il terzo libro di King che leggo e decisamente il più brutto. Piuttosto guardatevi il film (non sono mai stato un boy scout).