Letture rozze: Hyperion di Dan Simmons

Fantascienza. Dunque, la fantascienza è quel genere letterario che di solito viene bollato come cazzatina da chi non legge fantascienza. Articolo meglio: se siete un lettore di fantascienza e provate a parlare di un’opera di fantascienza con qualcuno che invece non è un lettore di fantascienza, a fine conversazione tutto ciò che probabilmente avrete ottenuto sarà stato di farvi bollare nella testa del vostro ascoltatore come nerd unticcio e puzzolente di sfiga. Questo probabilmente perché nell’immaginario collettivo la fantascienza è indissolubilmente e frettolosamente collegata al fantasy; chissà poi perché, forse perché in entrambi i generi la narrazione è solitamente ambientata in un universo immaginario. Che è un po’ come dire che il calcio è come la pallavolo perché in entrambi gli sport si usa una palla.
L’altro probabile motivo di questo scorno collettivo nei confronti della fantascienza è che se fermi qualcuno a caso per strada e gli urli in faccia FANTASCIENZA! la prima cosa a cui quello penserà sarà probabilmente Star Wars con l’inevitabile corredo di astronavi, pistole laser che fanno PEW PEW, creature buffe dai colori improbabili e via dicendo.

Fantascienza?

Il problema è che la fantascienza non è solo astronavi e laser pew pew. Per carità, sono entrambi un corredo molto divertente, ma sono, appunto, solo corredo. La fantascienza in realtà non è altro che un pretesto: si parla di qualcosa di lontano e di improbabile (almeno al momento) per porsi delle domande sul presente, domande solitamente molto scomode. E così la storia di un cacciatore di androidi diventa un pretesto per ragionare su cos’è che ci rende veramente umani, quella di un reduce della Seconda guerra mondiale che incontra degli alieni che gli spiegano la vera natura del tempo un pretesto per raccontare gli orrori della guerra e cercare di liberarsene, quella di un pompiere al contrario che brucia i libri un pretesto per riflettere sui rischi della progressiva scomparsa della letteratura dalle nostre vite e così via. Astronavi, viaggi nel tempo, mutanti, robot, pistole laser e tutto il resto sono solo questo: solo mezzi. Per dire, anche Frankenstein della Shelley è un libro di fantascienza: un pretesto pseudo-scientifico (la resurrezione di un cadavere mediante il galvanismo) viene impiegato per mettere in scena una storia che comporta una serie di domande scomode, tra cui se la scienza debba o meno essere tenuta a bada dalla morale e come si origini il male nell’uomo. E invece, pensateci bene: Star Wars è “soltanto” una favolona epica («Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…») che narra l’eterna lotta tra Bene e Male e che funzionerebbe benissimo anche se trasposta in un altro universo senza le astronavi e le spade laser. Molto più fantasy che fantascienza, in effetti.

Fantascienza!

Hyperion, primo romanzo di un quadriciclo chiamato I canti di Hyperion, è fantascienza vera e propria. La struttura del libro è simile a quella del Decamerone o, meglio ancora, delle Canterbury Tales, giusto perché oggi mi sparo le pose da colto: sette pellegrini (l’alcolizzato, la tosta, il duro, il poeta folle, l’enigmatico, il vecchio ebreo e il prete cattolico) sono in viaggio verso il pianeta Hyperion alla volta di un santuario chiamato Time Tombs, santuario che dovrebbe ospitare una creatura semi-divina, metallica e piuttosto incazzereccia nota come lo Shrike. Si dice che tale creatura possa garantire un desiderio ad uno, ma ad uno solo dei pellegrini in visita. Gli altri… beh, gli altri di solito muoiono male. I nostri sette si trovano quindi in viaggio insieme per tentare la sorte e nel frattempo decidono di raccontarsi a turno la propria storia. All’interno della cornice del viaggio abbiamo quindi un racconto per pellegrino che, oltre a introdurci il personaggio e spiegarci il motivo del suo pellegrinaggio, serve per raccontarci un po’ l’universo in cui si svolge l’opera.

E l’universo dei Canti non è per niente un posto tranquillo. L’uomo si è riunito in una Egemonia e ha conquistato le stelle, si, ma per poterlo fare ha distrutto la sua vecchia Terra. Durante l’espansione interstellare non ha avuto remore nel soffocare quelle forme di vita che avrebbero potuto competere con la sua supremazia. Ha creato intelligenze artificiali evolute, incredibilmente evolute, così evolute che ad un certo punto sono si sono poste la fatidica domanda abbiamo bisogno dei nostri creatori?, si sono risposte no ed ora vivono separate dall’uomo, con fini propri ormai imperscrutabili. Ma soprattutto, dato che, come cantano i Laghetto, per sapere cosa si è bisogna aver chiaro cosa non si è, dopo secoli di pace l’uomo ha sentito il bisogno di crearsi un nuovo nemico: gli Ousters, «barbari interstellari» secondo l’Egemonia, nient’altro che brandelli di umanità che hanno deciso di vivere al di fuori del suo asfissiante controllo. Gli Ousters hanno più volte dimostrato un certo interesse per Hyperion e per il mistero dello Shrike e la loro invasione del pianeta sembra ormai imminente. L’Egemonia non può chiaramente far finta di nulla, e la guerra, la prima vera guerra interstellare sembra ormai prossima…

Quel rissoso, irascibile, carissimo Shrike

Tra i racconti dei pellegrini mi piace ricordare quello dell’ebreo errante Sol Weintraub e della tosta Brawne Lamia. Il vecchio ebreo è in viaggio verso lo Shrike in cerca di una cura per la malattia di sua figlia e il suo racconto è un angosciante e rabbioso dialogo con Dio a proposito dell’esistenza del male nell’universo. Il racconto della tosta invece è un intrigante noir che esplora il tema fantascientifico che probabilmente più di tutti mi stuzzica, ovvero il possibile rapporto di un essere umano con una intelligenza artificiale talmente evoluta da provare dei sentimenti. Inquietante!

In breve: Hyperion è un libro godibilissimo da leggere e al tempo stesso molto stimolante. Dan Simmons riesce a costruire un universo molto credibile e a svelarcelo pian pianino, in modo che le contraddizioni vengano a galla solo dopo che ci siamo beati del benessere e del livello tecnologico raggiunto dall’uomo. Consigliato anche a chi è a digiuno di fantascienza. Unica “pecca”: la storia rimane a metà e bisogna continuare con gli altri libri del ciclo.

Una (anzi due) citazioni a caso:

Barbarians, we call them, while all the while we timidly cling to our Web like Visigoths crouching in the ruins of Rome’s faded glory and proclaim ourselves civilized.

I believe the Ousters have done what Web humanity has not in the past millennia: evolved.