Letture rozze: Time and the Gods di Lord Dunsany

È più o meno dall’apertura di questo blog che almeno una volta alla settimana mi viene in mente di scrivere un post su H. P. Lovecraft, forse l’unico autore che io idolatri (al di là di quanto mi siano effettivamente piaciuti tutti i suoi racconti). Non l’ho ancora fatto e manco adesso lo farò; quello che farò sarà parlare di un’opera di Lord Dunsany, uno degli autori che Lovecraft idolatra (al di là di quanto quei racconti abbiano o meno avuto una influenza particolare su di lui).

Edward John Moreton Drax Plunkett, 18° Barone di Dunsany fu un lord irlandese con molto tempo libero e una gran voglia di muovere la penna, almeno a quanto si evince dalla lista dei suoi lavori leggibile su wikipedia: dal 1905 al 1954 (tre anni prima della sua morte) pare che abbia scritto qualcosa come un gozzilione tra racconti, romanzi, poemi, opere teatrali, saggi e pure un libro di geografia. Se il livello medio dei suoi lavori si attesta ad anche solo la metà del livello di questo Time and the Gods, beh, signori miei, mi sa che ho trovato da leggere per i prossimi cinquant’anni!

Time and the Gods non è una raccolta di racconti in senso stretto, nel senso che, pur essendo effettivamente una raccolta di racconti, essa è un’opera con un suo preciso inizio, un suo preciso svolgimento e una sua coerente fine e non, semplicemente, una raccolta antologica di scritti di un certo periodo di vita dell’autore. La descrizione migliore del libro la fa lo stesso Dunsany nella sua prefazione:

These tales are of the things that befel gods and men in Yarnith, Averon, and Zarkandhu, and in the other countries of my dreams.

Fiabemiti, dunque, raccontati con lo stile onirico che ben si adatta a questo tipo di narrazioni. E lasciatemi dire che raccontare fiabe in maniera convincente non è così facile come sembra: spesso mi sono imbattuto in fiabucole moderne che tentavano di raccontare qualcosa ma che semplicemente non avevano né capo né coda e, soprattutto, erano scritte con uno stile moralistico insopportabile. Time and the Gods riesce invece nel difficile compito di presentarci una mitologia convincente e una serie di racconti malinconici e, soprattutto, con un loro significato ben preciso. Si perché, a dispetto del titolo, i protagonisti dell’opera non sono solo il Tempo e gli Dei; da circa metà del libro fa la sua stabile comparsa l’Uomo, ed è da lì che tutto diventa veramente magnifico: l’Uomo di Dunsany si ritrova infatti a dover fare i conti da una parte con gli Dei e dall’altra col Tempo, confronti che, si sa, difficilmente giungono ad una buona fine.

Il Tempo, gli Dei e l’Uomo

Guardate questa immagine, una delle illustrazioni che l’artista Sidney Sime disegnò per l’edizione originale del libro. Essa esprime benissimo l’atmosfera malinconica che pervade tutto il libro: abbiamo gli Dei, figure lontane e nebulose che, pur vedendo tutto, si guardano bene dall’intervenire e, anzi, contemplano la scena con un insieme di disprezzo e paura; abbiamo l’Uomo, prostrato in segno di sconfitta a una figura ghignante che non promette nulla di buono; e abbiamo il Tempo, un essere scheletrico che pare dominare e avvolgere tutto il mondo col suo sudario. Ancora meglio, abbiamo due versioni dell’Uomo: una che si arrende al Tempo e una che invece tenta di scappare da Esso nascondendosi al riparo della montagna, non accorgendosi però che Esso li ha già raggiunti.

E così Dunsany, un esempio su tutti, in un suo racconto parla di un uomo (un Re, per la precisione) che ad un certo punto si trova tormentato da un bisogno: vuole sapere dove giacciono i giorni che furono e certe ore passate, per poterli recuperare e rivivere ancora. Chiede a tutti i saggi del suo regno e solo un profeta gli risponde che esse stanno in una caverna lontana, protetta da Kai, una sentinella posta lì dagli stessi Dei a guardia di tutte le passate ore degli uomini. Il Re ci va, con tutte le sue armate dietro e carovane e carovane di regali per ingraziarsi Kai; solo che una volta arrivato lì si accorge che Kai non si lascia così facilmente ingraziare. E allora il grande Re è costretto a tornare indietro con le pive nel sacco, abbattuto per aver fallito la sua missione.
Senonché, una volta tornato al suo regno, un suonatore d’arpa gli chiede udienza e gli dice che alle corde del suo strumento si sono attaccati, come granelli di polvere, alcuni secondi di quelle ore dimenticate; egli inizia a toccare le corde, prima timidamente e poi sempre più maestosamente, finché il Re non è più nel suo palazzo ma di nuovo nelle terre felici in cui nacque e crebbe da bimbo. Due giorni e due notti il suonatore suona ininterrottamente per il Re, finché Egli non lo ferma e gli comanda un ordine: di stare a sentinella davanti alla caverna di Kai, in modo che egli possa, con la sua arpa, catturare la polvere delle sue ore passate e far sì che esse non vengano più dimenticate. Il racconto si chiude maestosamente: gli anni passano e il Re compie molte grandi imprese; Kai aspetta nella sua caverna che la polvere dei giorni del Re si venga ad accumulare e a perdere insieme a quella di tutti gli altri uomini, ma di quelle ore trova solo qualche residuo minore. E l’ombra di un arpista si staglia enormemente davanti alla sua caverna.

Una citazione a caso:

If Yarni Zai be not a god, then is there nothing mightier in Yarnith than men, and who is the Famine that he should bare his teeth against the lords of Yarnith?

Annunci